1 I poeti del Cinquecento nelle prose di Parini e Bettinelli. Giacomo Vagni, Université de Fribourg 1. Il paragrafo sulla lirica del Cinquecento, nel dodicesimo capitolo della Storia della Letteratura italiana di Francesco De Sanctis, si apre su questo scenario: Fioccavano i rimatori. Da ogni angolo d’Italia spuntavano sonetti e canzoni. [...] Il petrarchismo invase uomini e donne. La posterità ha dimenticato i petrarchisti, e appena è se fra tanti rimatori sopravviva con qualche epiteto di lode il Casa, il Costanzo, Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Galeazzo di Tarsia e pochi altri, capitanati da Pietro Bembo, boccaccevole e petrarchista, tenuto allora principe della prosa e del verso 1 . La definitiva squalificazione del petrarchismo era parte costitutiva del progetto desanctisiano, tanto che secondo Paolo Orvieto il suo obiettivo primario fu «debellare la retrazione rinascimentale-barocco-arcadica, vuotamente estetizzante e senza ideali che aveva imperversato e continuava ad inquinare la letteratura – e lo spirito [...] – degli italiani» 2 . De Sanctis connotava il fenomeno della lirica cinquecentesca sotto due aspetti fortemente correlati: la sua endemica diffusione, e l’incapacità di lasciare un segno durevole nella storia. La polemica contro la tradizione petrarchista proprio a causa della sua inarrestabile propagazione, origine di una crisi di inflazione della scrittura poetica, era stato uno dei nuclei centrali, oltre un secolo prima, anche della critica di Saverio Bettinelli. Il gesuita mantovano aveva sferrato un primo e più deciso attacco, dopo il poemetto Le raccolte, nella sesta e nella settima delle Lettere virgiliane: non altra volta fu mai veduto tanto scatenamento di poeti importuni, di rimatori, di verseggiatori [...]. Più di trecento poeti italiani, ciascuno con un libro di rime sue, con un suo canzoniere, alcuno con più volumi, e tutti col nome di petrarcheschi, e più col titolo di cinquecentisti, che per loro era dire altrettanto che del secol d’oro e d’Augusto, vennero ad assediarci [...]. Ben era quello un popolo, e un popolo di poeti. Il fuggir così fatta inondazione non era possibile 3 . 1 F. DE SANCTIS, Storia della Letteratura italiana, Milano, Bur, 1994, pp. 478-79 e 482. 2 P. ORVIETO, De Sanctis, Roma, Salerno Editore, 2015, p. 154. 3 S. BETTINELLI, Dieci lettere di Publio Virgilio Marone scritte dagli Elisi all’Arcadia di Roma sopra gli abusi introdotti nella poesia italiana, in Illuministi italiani, t. II, Opere di Francesco Algarotti e di Saverio Bettinelli, a cura di E. Bonora, Ricciardi, Milano-Napoli, 1969, pp. 685-789: p. 659 (d’ora in poi: Virgiliane, con il numero della lettera e le pagine da cui si cita). Sul poemetto Le raccolte, v. il saggio di Stefania Baragetti in questi stessi Atti; sulla fortuna delle Virgiliane, e sugli sviluppi della forma delle “missive dall’al di là” nella critica settecentesca, si veda invece l’intervento di Anna Maria Salvadè.