RECENSIONI — 324 — tico (almeno nella letteratura italiana) di mettere in relazione in maniera originale e convincente la dimensione corporea (e la stessa sociologia del corpo) con lo studio delle sottoculture giovanili. In un libro che restituisce la storia complessa e contraddittoria di movimenti che vanno dai teddy boys ai mods e ai punk, dai rudies al reggae, dai ravers agli emo per arrivare infine agli skaters e ai traceur, l’aspetto forse più difficile è quello non solo di contenere tale complessità (e, in questo, gli autori riescono perfettamente), ma anche – forse soprattutto – quello di mantenere la giusta distanza critica rispetto all’oggetto di studio. E, in questo, si scorge in più di una parte del libro una certa diffi- coltà a prendere o a (voler) mantenere tale distanza, tanto che anche per le sottoculture sportive spettacolari più vicine a noi viene riproposta l’interpretazione un po’ roman- tica del «capitale corporeo resistente» che viene poi «addomesticato» e «normalizzato» dall’industria culturale. Non sarà, invece, che proprio grazie ai media e all’industria dello spettacolo le nuove sottoculture na- scono e prosperano nell’immaginario con- temporaneo? La «connivenza» tra gli autori e questa supposta «purezza originaria» delle sottoculture non tende forse a sottovalutare la «connivenza» (anche questa originaria, e non posteriore) tra le sottoculture e quelle dinamiche di spettacolarizzazione e merci- ficazione che sembrerebbero essere sempre lì in agguato per appiattirle e omologarle? Ora, è chiaro che la vulgata della «purezza perduta» delle sottoculture originarie ha un che di fascinoso e di seducente, ma pur dando debito conto, nel corso del volume, di prospettive diverse che hanno messo seriamente in discussione tale narrazione, nel momento in cui si presentano i nuovi modelli sottoculturali giovanili tali letture alternative vengono lasciate da parte per sposare quelle più tradizionali, evocative certo, ma forse un po’ troppo romanzate. Del resto, come si è detto, nel volume la prospettiva dei post-subcultural studies viene presentata, e anche in maniera esau- stiva. Gli autori sottolineano come la stessa contrapposizione manichea tra sistema dominante (ivi compreso quello dei media, naturalmente) e «rifiuto controculturale» da parte dei giovani sia stata da più parti (e pesantemente) stemperata in favore del riconoscimento di un sistema gerarchico e stratificato anche all’interno delle stesse sot- toculture giovanili, alle quali viene inoltre riconosciuto lo statuto di «culture del gusto», prodotte e riprodotte soprattutto attraverso (e non contro) i media. All’interno di queste culture del gusto giovanili circola ad esempio quello che Sarah Thornton, a partire dal concetto di capitale culturale di Bourdieu, chiama «ca- pitale sottoculturale»: ed è innegabile che, in un’epoca dove la pervasività dei media nella vita sociale è un dato che preesiste addirittura ai contenuti stessi dei media, non si può parlare di «culture primitive pre- mediatiche». Le stesse storie della stampa (e della televisione) scandalistica che, se- condo ad esempio un autore classico come Hebdige, servivano a «normalizzare» le sot- toculture giovanili sovversive e «scomode», non fanno altro, al contrario, che legittimare e autenticare queste identità culturali: come dice la Thornton, i commenti spregiativi dei media non sono il verdetto, ma l’essenza della loro resistenza – e della loro esisten- za, potremmo aggiungere. In definitiva, il rapporto tra identità culturali giovanili e sistema dei media è caratterizzato non solo da una notevole complessità, ma anche da una sostanziale connivenza tra «giovani» e industria culturale, soprattutto adesso con le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Del resto, a considerare meno «in- nocenti» e «puri» i giovani impegnati nelle loro pratiche sottoculturali non si fa loro un gran torto: belli, magari, vista l’importanza attribuita al capitale fisico. Ma pur sempre «sporchi e cattivi». Federico Boni Lupano, Mario e Vaccari, Alessandra (a cura di) Una giornata moderna Moda e stili nell’Italia fascista Bologna, Damiani, 2009, 400 pp. Quello curato da Mario Lupano e Alessan- dra Vaccari è ciò che possiamo definire, con le parole degli stessi autori, un «saggio visuale»: una curatissima raccolta iconogra- fica, per gran parte inedita, che offre un ap- profondimento scientifico sulle forme della