Ricerche di Pedagogia e Didattica Journal of Theories and Research in Education 10, 3 (2015) Anna Antoniazzi, Dai Puffi a Peppa Pig: media e modelli educativi, Roma, Carocci, 2015 Recensione di Maria Lucenti 139 Anna Antoniazzi, Dai Puffi a Peppa Pig: media e modelli educativi, Roma, Carocci, 2015 Recensione di Maria Lucenti Università di Genova Nel volume “Dai Puffi a Peppa Pig: media e modelli educativi” l’autrice si propone di analizzare in modo complesso e critico uno dei fenomeni di crossmedialità più dirompenti e pervasivi dei nostri giorni: Peppa Pig. A tal fine, l’autrice utilizza le categorie epistemologiche della letteratura per l’infanzia e della storia dell’educazione, le quali ci consentono di cogliere il significato più profondo dell’atto immaginativo, attraverso un costante movimento comparativo tra i differenti modelli educativi che hanno forgiato e continuano a forgiare i comportamenti, le attitudini, i vissuti, i sogni dei bambini di ieri e di oggi. Una storia non è mai solo una storia: lo spiega bene l’autrice quando afferma: “la narrazione è una straordinario ed efficacissimo veicolo di trasmissione culturale ed educativa. Implicitamente o esplicitamente le storie veicolano idee, prassi, usi e costumi adottati nella propria contemporaneità, talvolta confermandoli, altre volte ribaltandoli o sovvertendoli […] Da parte sua, poi, la narrazione non è mai neutra: raccontando, inevitabilmente, si prende posizione, ci si colloca in una precisa prospettiva, si forniscono indirizzi interpretativi e spunti di riflessione” (p. 23). È più che mai urgente, dunque, interrogarsi su quali modelli educativi e valoriali veicolino la piccola maialina rosa e il suo “entourage”, consci del fatto che ha conquistato un vasto pubblico tra piccoli e grandi. Ed è proprio nell’intento di trovare piste interpretative in grado di “smontare” gli episodi e i personaggi di Peppa Pig, per cogliere cosa, ad un livello meno superficiale, cerchino di dirci e di trasmetterci, che l’autrice, negli otto capitoli del volume, si accinge ad avanzare ipotesi circa le immagini d’infanzia trasmesse dalla serie tv. Tali ipotesi ci conducono a spunti di riflessione di estremo interesse. Innanzitutto, come ben evidenziato dall’autrice, la migliore letteratura per l’infanzia tende a scardinare, ribaltare, smontare certezze, anziché riproporle e confermarle. Aprirsi alla dimensione immaginativa significa aprirsi al regno delle possibilità, dell’utopico, dell’errare metaforico come ricerca dell’unicità e dell’inusuale. È cosi che durante l’imprevedibile viaggio dell’errare immaginativo il bambino viene catapultato in una dimensione che non ha le stesse coordinate spazio-temporali del qui ed ora, del concreto, ma il tempo e lo spazio si dilatano per assumere nuove forme e nuovi orizzonti e dove le certezze crollano divenendo “possibilità”. Niente di più lontano da ciò che viene proposto dalla serie televisiva analizzata. “Se le migliori narrazioni per l’infanzia mirano a suscitare, piuttosto che a sedare, curiosità, Peppa Pig, al contrario, tende a fornire risposte più congeniali al quieto vivere degli adulti che alle reali esigenze conoscitive dei più piccoli. Ci sono poche domande nelle storie di Peppa e ci sono troppe cose spiegate preventivamente, quasi a tutelarsi da richieste e situazioni imbarazzanti” (p. 26). Passando all’analisi concreta dei personaggi ciò che emerge è una rappresentazione stereotipata dei ruoli, nella quale regna indiscussa la banalità e la prevedibilità degli episodi narrati. Niente di entusiasmante, di travolgente, di inatteso. Ogni episodio tende a confermare i ruoli dei personaggi reificandoli e fossilizzandoli. Un altro elemento che sancisce l’indiscussa “ovvietà” degli episodi è la voce fuori campo, la quale “tende a mantenere il narrato all’interno della condizione stereotipica, perché impedisce allo spettatore di uscire dai confini della storia, interpretando autonomamente ciò che accade” (p. 37). Ed è proprio a partire dalla categoria concettuale di “stereotipo” che l’autrice ci offre originali interpretazioni: le storie di Peppa e del suo cerchio familiare e sociale si oggettivano all’interno di un mondo dove predomina l’elemento stereotipato e stereotipizzante. Dai personaggi e dal linguaggio utilizzato agli ambienti raffigurati, tutto è coerentemente ordinato in un quadro dipinto all’insegna dello stereotipo. Peppa, per esempio, protagonista della serie, incarna il modello del bambino egocentrico e prepotente, reso tale da un mondo adulto troppo incline a lasciar fare, che rinuncia, così facendo, all’inestimabile ruolo di genitore-educatore. “In questo clima familiare nel quale tutto è concesso e ogni desiderio soddisfatto, Peppa rimane, serie dopo serie, irrimediabilmente egoista, prepotente, presuntuosa, “saputella”, volubile e incapace di distinguere tra bisogno e capriccio” (p. 40). Tutto ruota intorno a lei, cosi come, purtroppo, avviene troppo spesso nelle vicende quotidiane reali. Analizzando