20/08/2017 Il Sole 24 Ore http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/vetrina/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&issue=20170820&edizione=SOLE&startpage=18&displaypages=… 1/1 LETTERATURA 20 AGOSTO 2017 Il Sole 24 Ore domenica Cesare Cases (1920-2005) E in cattedra ci metto il gatto... Qualche settimana fa, Cesare De Michelis invitava tra queste pagine a ripercorrere l’esperienza, programmaticamente ancorata «dalla parte del torto», dei Quaderni piacentini, inquieta rivista in cui la cultura italiana ribollì tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso. L’invito, favorito da altre coincidenze cronologiche, propizia la rilettura di un contributo apparso su quella rivista giusto quarant’anni fa, nel 1977, e proiettato fantaletterariamente su un tempo ormai vicinissimo: il dittico di racconti del grande germanista Cesare Cases (1920-2005) Due gatti accademici, ambientato nel 2020, cioè praticamente oggi. Come lo stesso autore spiega in una nota introduttiva, la concezione del primo dei due pezzi risale addirittura al 1964 («Allora – scriveva Cases – non ne feci nulla, non so se per pigrizia o per pavidità, cioè per non rovinarmi la piazza con i baroni, cui non appartenevo ancora»). I due testi sono presentati come versioni rispettivamente pre- e post-sessantottina dello stesso topos accademico, quello dell’assunzione in cattedra di un candidato indegno, che nella finzione di entrambi i racconti è umoristicamente rappresentato da un gatto. Nel primo brano il gatto è ovviamente quello che vive a casa del barone pensionando, il quale ne perora la chiamata persuadendo la ristretta cerchia dei colleghi ordinari. Nel secondo (scritto dopo una stagione di contestazioni cui l’autore guarda con evidente scetticismo) il consiglio di facoltà rifiuta sdegnosamente un’analoga proposta, che porterebbe di fatto alla chiamata di un esterno, e costituisce una commissione mista per scegliere tra i molti felini che abitualmente si aggirano negli scantinati dell’edificio universitario, divenuto una sorta di cittadella i cui occupanti perpetuano quello che oggi si direbbe un localismo esasperato e ipersindacalizzato. Sono, a patto di poter contare sulla giusta dose di disincanto o di cinismo, pagine gustose, cosparse di quegli apoftegmi di cui Cases era notoriamente un maestro: dalla constatazione che «i docenti, come le sillabe lunghe nella prosodia latina, sono tali per natura o per posizione», alla profezia che apre il primo dei due racconti, in cui si prefigura un’università duemillesca post-ideologica che ha abolito la «Facoltà mista di marxismo e teologia» frutto di un precedente compromesso, riducendola «ad un’unica Facoltà di Scienze Umane e Sociali che comprendeva solo quattro materie obbligatorie: fumettologia, pubblicità, cosmetica e scienza del petting». La commovente ingenuità che oggi si manifesta nell’idea che possano ancora esistere, nel 2020, materie trasversalmente obbligatorie (giacché per il resto, più o meno ci siamo) fa venire in mente ciò che lo stesso Cases diceva di Adorno, cioè che la sua inattualità dipendeva dal non essere stato troppo, ma troppo poco apocalittico. Analoga considerazione vien da fare per tanti altri passaggi dei due racconti, in cui una capacità di previsione che sulle prime pare balisticamente perfetta si rivela, a conti fatti, difettosa per eccesso di prudenza. Da questo punto di vista, il secondo testo (titolo: Un gatto in cattedra, ma quale?) riserva al lettore attuale lo straniamento più acuto, ma forse più artisticamente efficace. Vi si immagina, col gusto di quello che allora doveva apparire un paradosso, l’invenzione di un potente computer, Acadèmo, capace di produrre automaticamente lavori di critica letteraria attraverso l’introduzione di un romanzo da un lato e, dall’altro, di uno o più trattati di teoria letteraria. «Dopo matura riflessione, Acadèmo sputava fuori l’indagine (la cui mole poteva essere regolata da apposito dispositivo) già stampata nel numero di copie necessario per il deposito legale». Dove l’odierno lettore resta ovviamente spiazzato dall’ingenua fiducia che nel 2020 sia ancora necessario dare consistenza cartacea alle pubblicazioni. Nell’università figurata da Cases, il computer non automatizza solo la produzione scientifica, ma anche i suoi effetti concorsuali, in grazia d’«una tabella fissa di valutazione dei titoli scientifici incorporata nella macchina» che a un accademico novecentesco digiuno di bibliometria doveva apparire, appunto, fantascienza. Altri passaggi sono ben comprensibili recuperando benignamente un contesto ormai superato (ma quale? aggiungerebbe allarmato un eventuale Cases redivivo). Così, dove s’immagina che nel XXI secolo «un accordo tra i comunisti, i gesuiti e la grande industria» possa aver portato a «fondare scuole superiori professionali a numero chiuso», il postumo lettore non potrà che registrare con sconcerto l’intervenuta inesistenza o ininfluenza, nell’Italia di oggi, di ben due delle tre categorie evocate. Quella che sta in mezzo tra i cari estinti comunisti e grandi industriali, è in effetti l’unica i cui inossidabili prelati salgono ancora – ma al di fuori di un sistema d’istruzione ormai disertato da qualsiasi potere forte o debole – sulla cattedra più ambita. .@lorenzotomasin © RIPRODUZIONE RISERVATA Cesare Cases, «Due gatti accademici» , in Quaderni piacentini , 1977 (poi in Id., Il boom di Roscellino. Satire e polemiche , Einaudi, Torino, 1990) Lorenzo Tomasin