1 La tradizione italiana 1 Felice Cimatti Premessa Questo è l’unico capitolo (con la parziale eccezione di quello per la tradizione greca) dedicato più che ad una corrente filosofica ad una tradizione geografica. In effetti gli autori trattati in questo capitolo - in particolare Dante, Vico, Leopardi e Gramsci non rientrano propriamente in una corrente filosofica, oltre al fatto che - a parte Vico - spesso non vengono nemmeno considerati filosofi. L’idea di questo capitolo, al contrario, è che questi autori vadano considerati come figure esemplari di un modo di considerare il linguaggio non come un oggetto di studio specialistico. Non si occupano, cioè, di linguaggio come tema filosofico specifico, ad esempio come quei filosofi che si occupano di etica o di musica. Per questa tradizione il linguaggio non è una caratteristica che si aggiunge alle altre caratteristiche umane; il linguaggio non può essere studiato all’infuori della vita sociale umana. Per questa stessa ragione questi autori non sono filosofi in senso tecnico, proprio perché per loro il linguaggio non è un aspetto settoriale della vita umana, che quindi possa essere studiato come entità a sé stante. La tradizione italiana, allora, è fra le posizioni moderne sul linguaggio quella che più di ogni altra esalta l’intreccio inestricabile fra lingua, vita, conflitto, società. 1. La lingua del fuori Secondo Roberto Esposito l’ originalità del pensiero filosofico italiano - rispetto alle altre tradizioni filosofiche - è stata da sempre una peculiare attenzione alla commistione fra «vita, politica [e] storia» (Esposito, 2010, 12) da cui deriva la «necessità» di un «passaggio per il fuori» (Ivi, p. 13). Quello del «fuori» è un concetto che si riferisce al campo della vita, che la riflessione e la ragione non possono delimitare e pensare fino in fondo. Si tratta di una tradizione che fin dall’inizio è caratterizzata da «una singolare propensione […] nei confronti del non filosofico» (Ivi, p. 12); è quindi una filosofia costitutivamente «non ripiegata su sé stessa, aperta ai condizionamenti degli uomini e alla forza delle cose» (p. 13). Si tratta quindi di una tradizione che, come detto nella Premessa, prende in considerazione il linguaggio come un elemento inseparabile dal resto della vita umana. Questa caratteristica costitutiva è particolarmente evidente, prosegue Esposito, nel peculiare rapporto che questa tradizione di pensiero intrattiene con il linguaggio. In particolare nel ‘λ00, con quello che è stato definito linguistic turn («svolta linguistica»; cfr. Rorty, 1992), il linguaggio è stato a lungo considerato sia il principale oggetto d’indagine, sia il metodo stesso della riflessione filosofica. La filosofia ispirata dalla «svolta linguistica» ha appunto considerato il linguaggio come il proprio unico oggetto di interesse, trasformandolo in una entità autonoma ed autosufficiente. Per Esposito la filosofia analitica, il pensiero critico, il decostruzionismo e l’ermeneutica (le correnti filosofiche più diffuse fino all’incirca agli anni settanta del ‘λ00) sono tutte forme di sapere che hanno assegnato al linguaggio una posizione di privilegio 2 : «in ciascuno di questi filoni, insomma, in questione è il problema del senso, nella sua relazione con la possibile, e per certi versi inevitabile, chiusura metafisica» (Esposito, 2010, p. ι). Il linguaggio preso come oggetto a sé, come orizzonte chiuso dell’essere umano, e quindi come qualcosa di autonomo e separato dal resto della vita umana. L’esito inevitabile di una impostazione di questo tipo, secondo Esposito, è una filosofia che non può non considerare il mondo reale come qualcosa di radicalmente estraneo, proprio perché il linguaggio si frappone sempre fra corpo umano e mondo, rendendo quindi impossibile un effettivo contatto con la realtà. In effetti il tema che più ricorre nella filosofia contemporanea, dal nuovo realismo alle scienze cognitive, è quello di un ritorno alla realtà, al mondo ed al corpo. La tradizione del pensiero italiano, il «pensiero vivente» al contrario da sempre «avverte l’inadeguatezza dell’orizzonte linguistico rispetto a qualcosa di irriducibilmente corporeo che sporge dai suoi confini […]. È come se, ad un certo punto, si cominciasse a percepire, o si producesse, una nuova ‘svolta’, successiva a quella linguistica, e per certi versi di essa comprensiva, che, nel suo complesso, fa capo al paradigma di vita» (Esposito, 2010, p. 10). Ora, se c’è una caratteristica specifica della filosofia del linguaggio italiana (cfr. Cimatti, 2015), è proprio in questo intreccio fra natura e storia, corpo e regola, 1 Una versione modificata di questo capitolo verrà pubblicata negli atti del Convegno sull’ Italian Thought, che si è tenuto presso l’Università di Salerno nell’ottobre del 2015. 2 Si potrebbe obiettare che la fenomenologia non ha mai assegnato un siffatto ruolo al linguaggio. In realtà la coscienza - punto di partenza delle analisi fenomenologiche - come hanno mostrato le analisi esemplari di Benveniste (1966), può essere considerata anch’essa un sottoprodotto del dispositivo linguistico (cfr. Cimatti, 2000). Oltre al fatto che Dummett (2001) ha mostrato come tanto la “filosofia analitica” quanto la fenomenologia di Husserl abbiano una comune origine nel lavoro del logico Gottlob Frege. BOZZA FINALE