373 Giovanna Bianchi 15. IL MONASTERO TRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA The monastery between the Middle Ages and the modern era 1. IL NUOVO INIZIO: LA CHIESA PRIMA DEL MONASTERO Prima del complesso monastico le fonti scritte attestano la presenza in questo luogo di eremiti, come si desume dalla ci- tazione di un più antico heremitorium in documenti del 1088 e 1092 (Garzella 1996, p. 11, n. 16; ma anche Ceccarelli Lemut e Collavini supra, capp. 1 e 2). Il cenobio di San Quirico si sarebbe, quindi, sviluppato gradualmente alla metà dell’anno Mille, a seguito dell’esisten- za di una comunità eremitica, senza un atto di fondazione, né fondatori, come sottolinea Collavini nel suo contributo. In questo arco temporale tale percorso di formazione trova confronti nel panorama italiano, attestati in maggioranza dalle fonti documentarie, soprattutto in riferimento allo sviluppo di cenobi collegati a figure carismatiche di eremiti come Romualdo di Ravenna o Giovanni Gualberti, nel nuovo clima legato ai movimenti riformatori (T abacco 1965; D’Acunto 2007, pp. 1-25). Il processo di sviluppo del monastero di San Quirico acquisisce, pertanto, rilevanza, divenendo un caso di studio significativo, sia perché in riferimento ad una realtà cenobitica minore rispetto ai casi sopra citati, sia perché tali passaggi sono ricostruibili grazie al supporto delle fonti documentarie e materiali. Per la tarda Antichità, tra le varie ipotesi formulate da Gelichi nel precedente capitolo troviamo quella relativa ad un presenza eremitica risalente a questo periodo (supra, Gelichi, cap. 14). Tale possibilità sarebbe indirettamente supportata anche dalla locazione del cenobio in prossimità ad uno specchio di mare costellato di isole maggiori e minori, oggi facenti parte dell’Arcipelago toscano, dove in età tardoantica si stabilirono varie comunità eremitiche (Sodi 2005; Belcari 2013 ma anche Belcari, supra cap. 11 con relativa bibliografia). Per tale motivo, l’esistenza di romitori tardo antichi nelle coste prospicienti le isole toscane, ed in par- ticolare nelle zone boscose del promontorio di Populonia era già stata suggerita in passato (per un riesame critico di queste ricerche si rimanda a Gelichi, cap. 14, supra). La laconicità dei documenti sopra citati non aiuta, però, a capire quanto tale ipotetica frequentazione in età tardo antica, ipotizzabile anche per il caso di San Quirico, potrebbe avere avuto avuto continuità sino alle soglie dell’anno Mille. I brevi riferimenti delle fonti scritte trovano un parallelo nella scarsità dei dati materiali. Le stratigrafie indagate, sep- pure in una porzione tutto sommato limitata del monastero, denunciano, purtroppo, un’assenza desolante di reperti e livelli di vita nel lungo periodo compreso tra fine VII e XI se- colo. Dalle fonti documentarie sappiamo, inoltre, della forte rarefazione, tra IX e X secolo, di queste comunità eremitiche viste come troppo eversive rispetto alla stabilitas cenobitica e di conseguenza osteggiate dalle istituzioni laiche del tempo. Tale situazione si sarebbe protratta sino ad un vero e proprio risveglio della vita eremitica, appoggiata da sovrani come Ottone III (Violante 1993a, p. 17; D’Acunto 2007, p. 338). In questo nuovo clima politico-religioso parrebbe logico pensare, verso la fine del X secolo, ad una sorta di nuova formazione o ricostituzione della comunità eremitica, in un luogo del quale si era mantenuta viva la memoria, anche grazie alla vicinanza ad una realtà insediativa come Populonia, seppure vissuta ‘ad intermittenza’. I tempi di frequentazione di Populonia e quelli del presunto romitorio furono, infatti, caratterizzati da una contrapposta alternanza e, non a caso, al momento in cui il romitorio sarebbe stato di nuovo frequen- tato, Populonia si trovava in uno stato di quasi totale abban- dono (vd. Gelichi supra). Ciò, quindi, giustificherebbero la presenza di una comunità eremitica nelle sue immediate vicinanze conferendo a tale presenza il valore di una sorta di cartina di tornasole della vitalità della stessa Populonia. L’assenza di evidenti tracce di vita riferibili al X-XI secolo di questo possibile gruppo eremitico, suggerisce di pensarlo non troppo ampio e forse legato ad abitazioni sparse in prossi- mità dell’edificio di culto, che rappresentava il fulcro religioso di questa comunità, analogamente a simili realtà insediative testimoniate in particolare dalle fonti documentarie di XI secolo 1 . Una cultura materiale povera e la frequentazione della chiesa per motivi legati solo alle funzioni religiose spie- gherebbero una simile mancanza di indicatori archeologici. Il filo rosso che lega questa fase con la tarda Antichità è rappresentato dall’indubbia importanza attribuita alla sepoltura di quel periodo, poi inglobata nel piccolo edificio precedente la chiesa monastica (fig. 1, vd. capitolo scavo, supra Fichera, cap. 4; supra Gelichi, cap. 14). La memoria sotto- traccia o meno di questo personaggio lì sepolto, insieme al secondo inumato, venne sicuramente recuperata nel corso del X secolo dagli eremiti e questa presenza, da allora sino a tutta l’Età Moderna, segnò fortemente il destino di questi spazi. L’esistenza di un edificio di culto più antico nel luogo dove poi furono edificate le strutture monastiche non è un caso anomalo e nella stessa Toscana possiamo contare esempi, di recente anche attestati archeologicamente (Gelichi, Alberti 2005). Quello, però, che rende importante la successione 1 Celle isolate le une dalle altre, spesso poste vicino ad un piccolo edificio religioso sono, ad esempio, descritte da Pier Damiani nella sua Vita Romualdi in riferimento ai vari luoghi, oltre Camaldoli, dove transitò Romualdo da Ravenna (Tabacco 1965; Capitani 1965).