PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DI UNA RELIGIONE CIVILE Enrico Bottero La cittadinanza non si colloca nel vuoto ma si fonda su “valori” comuni L’educazione, in quanto forma di acculturazione durante la quale si protegge il bambino da violenze e manipolazioni esterne, è anche il periodo in cui gli vengono trasmessi le norme, i valori e le conoscenze della società in cui è nato. Ciò implica che nella società esistano valori comuni da trasmettere alle future generazioni. La collettività, infatti, se non vuole disgregarsi, ha bisogno di “cittadini” che riconoscano l’esistenza tra loro di vincoli di reciprocità. Questi vincoli di reciprocità sono la condizione perché possa esercitarsi la cittadinanza. Nella normativa scolastica si parla molto di cittadinanza (pensiamo a “Cittadinanza e Costituzione”) dando spesso per scontato che nella società ne esistano le condizioni. Le cose non sono così semplici. Lo vedremo attraverso un breve excursus storico sulla situazione italiana. Partiamo dalla cittadinanza. “La cittadinanza – scrive Gian Enrico Rusconi – è la titolarità di accesso a determinati beni che hanno forma di diritti (civili, sociali, politici) che attendono di essere prodotti. Essere cittadini non significa soltanto fruire di beni-diritti soggettivi ma impegnarsi a contribuire alla loro produzione” (Rusconi, 1999, 35). Perché ognuno si assuma i costi della cittadinanza (rinunciare a parte della propria libertà e dei propri beni a favore della collettività), è necessario accettare vincoli di reciprocità. Sono necessari valori comuni a tutti, indipendentemente dalle appartenenze etniche, religiose o regionali di ciascuno. Questi “valori” sono una forma di fede, di credenza, e dunque non appartengono allo Stato laico in quanto tale. Non si tratta di valori assoluti ma di principi necessari a creare coesione nella collettività anche al di là delle legittime differenze. Questi valori comuni sono indicati storicamente nell’idea di “nazione” o in quella, più esigente e carica di significato retorico, di “patria”. Un Paese senza “religione civile” Nelle moderne democrazie la questione è stata risolta costruendo una “religione civile”. La “religione civile” può essere definita come un “credo civico comune, sovra partitico e sovra confessionale” (Gentile, 2001). Non una religione, dunque, ma una serie di retoriche che si radicano nella memoria di una collettività. Le democrazie moderne che hanno costruito i modelli di religione civile più noti sono gli Stati Uniti e la Francia. Il modello classico della “religione civile” è quello espresso nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti: «Noi consideriamo auto-evidenti queste verità, che tutti gli uomini sono creati uguali, che il loro Creatore li ha dotati di diritti inalienabili, che tra di essi vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità». Formule religiose di derivazione biblica sono tutt’uno con la fede nella democrazia. Queste formule sono fatte proprie dalla democrazia americana in versione laica. La collettività non si sottomette alle religioni cristiane ma trasferisce alcuni valori da esse derivati su un terreno di laicità. L’esperienza della Francia è quella di una religione civile definita “repubblicanesimo”. In Francia, Paese dalla tradizione prevalentemente cattolica, lo Stato moderno ha costruito i suoi “valori” attorno a una morale “laica (l’universalismo del repubblicanesimo laico francese molto deve alla tradizione cattolica) di netta separazione tra sfera religiosa e sfera pubblica. La “laicità di lotta” è qui stata più radicale, a causa della necessità di rompere il monopolio ecclesiastico sulla cosa pubblica. Negli USA, nazione nata da un insieme di minoranze religiose perseguitate in Europa, la questione si è posta diversamente ma il risultato non è sostanzialmente diverso: una forma di “religione civile”, di valori comuni nazionali in cui tutti i cittadini, fin dalla più tenera età, sono chiamati a riconoscersi. In Italia, non è stata percorsa né l’una né l’altra strada. Le ragioni storiche di questo fallimento sono complesse. Riprendo solo brevemente le più recenti rinviando all’ampia bibliografia sul tema. Scrive Manlio Graziano: “Il caso italiano è unico. Infatti in altri Paesi cattolici, come la Francia,