79 “Verso il terminar del secolo tornò a rivivere il buon gusto, e tornarono a destarsi l’antiche idee. Continua però al giorno d’oggi talmente il fiorir dell’arte, che non ha la città nostra per questo conto da invidiar nessun’altro qualunque sia, e ben ne fanno fede le commissioni che da varie parti tutto dì vi giungono” 1 . Con queste parole Scipione Maffei salutava la rinascita della scuola pittorica veronese operata da Antonio Calza, Santo Prunato e Antonio Balestra nell’ultimo scorcio del Seicento; se dovessimo tuttavia mantenere il metro di giudizio suggerito dall’insigne erudito, ovvero valutassimo l’incidenza e l’importanza della pittura barocca locale in ba- se alle commissioni che era in grado di attirare, dovremmo forse riconsiderarne la portata storica, compresa quella del- la generazione perduta trascurata da Maffei e dagli storiografi successivi, e solo in parte recuperata dalla critica moderna, di Lorenzetti, Amigazzi, Fra Semplice da Verona, Ceschini, Giarola, Fra Massimo, Barbieri, Falcieri, che tuttavia operò con fortuna tutt’altro che locale. Una rapida carrellata del- la diffusione della pittura veronese oltre i confini cittadini permette infatti di registrarne, nel periodo preso in consi- derazione da quest’analisi, la fitta presenza in un territorio geograficamente vasto, indice di una fortuna che si misura forse soprattutto sull’operato dei cosiddetti ‘minori’, che tali per il tempo evidentemente non erano. Per Maffei il secolo d’oro dell’arte cittadina si chiudeva con il successo “universale” di Claudio Ridolfi (1570-1644) e Alessandro Turchi (1578-1649), la cui attività fuori patria è effettivamente preponderante; alla stessa altezza cronologica la diffusione del linguaggio pittorico veronese pare tuttavia incontrare anche dei muri insormontabili, se non lo sono so- lo per le lacune degli studi. Il mercato veneziano, ad esempio, risulta chiuso, più ancora che dalla saturazione degli spazi di azione da parte del monolitico collegio dei pittori locali, dalla predilezione per un gusto differente, sorretto e incen- tivato soprattutto dalle commissioni pubbliche, all’interno delle quali le opere dei veronesi faticavano a fare breccia. Uno dei pochi a trovare fortuna nella capitale serenissima fu Giovanni Battista Lorenzetti (1588 circa-1668) che, dopo un’iniziale formazione locale, risulta iscritto alla Fraglia dei pittori lagunari dal 1622. Successivamente alle prime prove ‘estere’ tra il Trentino e il Bergamasco, connotate da strin- genti rimandi alla tradizione veronese 2 , questi avrebbe tro- vato la definitiva consacrazione in laguna, dove “abitò quasi del continuo” 3 , con commissioni pubbliche di prestigio che prendono l’abbrivio dai teleri eseguiti negli anni trenta per Palazzo Ducale. A questa data Lorenzetti è perfettamente inserito nel contesto lagunare, e certamente dovette lavora- re anche per le chiese della città e della provincia, con opere ricordate dalle fonti ma oggi per la maggior parte disperse. Probabilmente all’altezza dei fregi celebrativi realizzati per il doge si deve scalare una tela, inedita, conservata nella chiesa di Sant’Antonio a Pellestrina (Ve), ma originariamente pro- veniente dal territorio di Chioggia, raffigurante I santi Felice, Fortunato, Sebastiano e Rocco intercedono con la Vergine per la ces- sazione della peste a Chioggia, allogata su un altare del 1632. Pur nell’impianto ancora tardo manieristico del gruppo di santi nella parte superiore del dipinto, l’indugio sui cadaveri riversi in primo piano, vegliati da sopravvissuti disperati e dalla personificazione della città di Chioggia, che alza iner- me gli occhi al cielo, e la decisa resa chiaroscurale, paiono già indirizzare verso le prime timide sperimentazioni del lin- guaggio tenebroso, che prenderanno maggiormente corpo in opere come Venezia che riceve il corno ducale alla presenza di Nettuno mentre la Virtù e la Giustizia scacciano i Vizi, ancora in Palazzo Ducale, tracciando un percorso che connoterà tutta l’ultima parte della carriera del pittore. L’opera di Pellestri- na doveva forse riprendere un’invenzione di successo: nella chiesa di Sant’Anna a Venezia, infatti, Boschini ricorda una LA PITTURA VERONESE “FUORI DI PATRIA” Luca Fabbri