1 1 George Edward Moore e il dibattito sul naturalismo Andrea Viggiano, Matteo Galletti 1 La riflessione filosofica di George Edward Moore sui temi di etica segna per molti aspetti l’inizio della filosofia morale di stampo analitico. I suoi Principia Ethica, in particolare, hanno per molti versi dettato l’agenda della riflessione etica analitica per larga parte del secolo scorso, e continuano ancora oggi ad esercitare un’influenza molto vasta. Nei limiti del presente saggio, ci concentreremo sul contributo che Moore ha dato alla definizione dei problemi e degli argomenti connessi alla discussione del naturalismo etico, analizzando la tesi, sostenuta da Moore in Principia Ethica, per cui il naturalismo è un grave errore, e l’argomento che egli presenta per rifiutarlo: tesi e argomento che costituiscono tuttora uno dei temi principali della riflessione analitica sull’etica. 1. Moore e i Principia Ethica 1.1. L’indagine su cosa è buono Nella prefazione a Principia Ethica, Moore distingue due domande cui i filosofi morali cercano di dare risposta: la prima è “Quali sono le cose buone?”, la seconda è “Quali sono le azioni giuste?”. Poiché una delle tesi di Principia Ethica è che se un’azione sia giusta o meno dipende dal bene che viene prodotto con il compierla, Moore ritiene la prima domanda quella fondamentale: noi seguiremo Moore nel concentrare la nostra discussione sulla domanda “Quali sono le cose buone?” e sulla proprietà di essere buono, osservando però fin da ora che è opinione comune che la tesi più nota che Moore avanza su questa proprietà in Principia Ethica, per cui è un grave errore ritenere che essa sia una proprietà naturale, è, se corretta, generalizzabile anche alle altre proprietà morali. Quali sono, dunque, le cose buone? Nei paragrafi 3-4 di Principia Ethica Moore distingue diversi tipi di risposte che si possono dare alle due domande discusse dai filosofi morali (Moore, 1972, pp. 45-48). Un tipo di risposta che si può dare alla domanda “Quali sono le cose buone?” è costituito da giudizi singolari: giudizi, cioè, che dicono, di un particolare oggetto di valutazione morale, “Questa cosa qui è buona”. Nessuno di questi giudizi singolari, osserva Moore, può far parte dell’etica: essi sono troppo numerosi per essere compresi in una scienza. Ciò che invece fa parte dei compiti dell’etica è fornire i principi per decidere della verità di ciascuno di questi giudizi singolari, e questo l’etica può farlo dando un altro tipo di risposta alla domanda “Quali sono le cose buone?”: una risposta costituita da giudizi universali, giudizi cioè della forma “Tutti gli N sono buoni”, che asseriscono che tutte le cose che rientrano nell’estensione di un dato predicato non morale “N” sono buone. Per esempio, se l’etica stabilisce la verità del giudizio universale “Tutto ciò che dà piacere è buono”, è poi possibile stabilire, sulla base di tale giudizio, che la particolare esperienza che ho avuto ieri sera assistendo ad un’esecuzione della nona sinfonia di Beethoven è stata buona, poiché è stata un’esperienza molto piacevole: in questo caso, la valutazione di un’esperienza particolare x viene fatta sulla base di un giudizio universale del tipo “Tutti gli N sono buoni”, e di una premessa minore che riporta x sotto la classe degli N di cui parla il giudizio universale. È chiaro altresì che lo stesso tipo di ragionamento permette di stabilire la verità non solo di giudizi singolari, ma anche di giudizi universali: se l’etica stabilisce che tutti gli N sono buoni, e se si 1 Andrea Viggiano è autore del paragrafo 1, mentre Matteo Galletti è autore del paragrafo 2.