1. È morto l’autore? Il caso editoriale di Alfonso Luigi Marra rappresenta ciò che Adorno ha definito “fragore senza suono”. Infatti, nonostante i suoi libri siano stati pubblicizzati grandemente da tutti i media, quasi nessuno li ha letti. Autore senza opera Questo fenomeno è definito da Carla Benedetti “effetto Marra”, il caso dell'autore senza opera”. Egli si configura come un uomo conosciuto dai più per fama, grazie all’autopromozione e alla pubblicità (poiché di lui si parla molto nei luoghi deputati a far cultura). Un uomo del quale si conosce la poetica, che però il più delle volte rappresenta ormai solo un’etichetta attribuita dalla casa editrice per fini promozionali. Un uomo la cui vita e pensiero vengono strumentalizzati per poter vendere di più, ma anche un autore le cui opere non giungono al pubblico. I teorici della letteratura sostengono che questo sia il tempo in cui si concretizza la sparizione dell’autore, la cui importanza viene subordinata dai lettori a quella che essi conferiscono al testo. Un mito tardomoderno A questo proposito ne "La morte dell'autore" (1968) Roland Barthes scriveva che "Quando la scrittura comincia, l'autore entra nella propria morte". Al contrario, la Benedetti sostiene che a sparire siano le opere. L’unica opera rimasta agli autori dei nostri tempi sarebbero i loro nomi, propagandati a non finire sugli schermi televisivi, e le loro storie, vendute al meglio per poter attirare l’attenzione del pubblico. Quello della morte dell’autore sarebbe un mito tardomoderno risalente agli anni '60, in cui si iniziò a parlare di questo fenomeno anche in trattazioni filosofiche, critiche e poetiche. Secondo il mito, la comprensione e l'interpretazione del testo non passano più per la figura dell'autore e per il suo pensiero, ma esclusivamente attraverso l'intenzionalità del testo. Ciò avrebbe portato alla luce una rete di testi orfani, acefali, che rimandano l’uno all’altro. Testi che dialogano con altri testi e non più con gli autori. Al concetto di “opera”, che implica in automatico la presenza di un autore creante, si sarebbe sostituito il concetto di “testo”. La Benedetti sostiene che, per quanto la figura dell'autore sia diventata via via sempre più marginale negli ultimi decenni, essa rivesta ancora un ruolo fondamentale nella creazione della letteratura e che la sua funzione sia centrale nella comunicazione letteraria moderna. Autorialismo L’opinione più diffusa relativa all’ipertrofia dell’autore è quella che la considera un epifenomeno provocato dall’industria culturale: l’autore sarebbe solo un fenomeno di mercato. Ne è un esempio il fatto che alcuni ritengono che l'autore e lo scrittore siano entità differenti. Il primo sarebbe colui di cui i media parlano, la figura pubblica; il secondo, invece, sarebbe lo scrivano muto, colui che dà vita alla sua opera e che deve scomparire dietro di essa senza lasciare traccia alcuna. Altri ritengono che l’autore sia conseguenza del sistema economico-giuridico basato sui diritti di proprietà delle opere, sopprimendo i quali si sopprimerebbe anche l'autore. Altri ancora lo ritengono il frutto della vecchia tecnologia del libro a stampa, destinata ad estinguersi mano a mano che l'ipertesto prenderà piede. La Benedetti, invece, crede che l’ipertrofia dell’autore sia principalmente un fenomeno artistico legato all’autorialismo, che, presente da almeno due secoli, si è acuito nel Novecento. Secondo tale fenomeno un'opera d'arte non può esistere se non in quanto prodotto di un autore. Ciò non ai fini di stabilirne la paternità né per rendere possibile la sua