Ass. Cult. “VITIS SAPIENTIAE” L'Espansione Etrusca di Benedetta Cosimi Nell’opinione comune Etruschi e Toscana sono un binomio inscindibile. Quest’idea, corroborata da una lunga tradizione di scavi, storie, leggende, è assolutamente sbagliata. È indubbio che la Toscana ospiti larga parte del patrimonio culturale etrusco, ma quella che si chiama “l’Etruria propria” occupa anche parte dell’Umbria e del Lazio Settentrionale, dove si trovano alcune delle metropoli etrusche più fiorenti: Caere con l’imponente porto di Pyrgi, Veio, presso Formello (Rm), Tarquinia e Vulci, le ultime due città “marinare” a cadere in mano romana, Velsna, la “caput Etruriae”. Ma non solo. Il popolo etrusco ebbe una capacità espansionistica molto significativa, soprattutto nel panorama pre-romano, fatto di popoli che tendevano a proteggere ognuno il proprio territorio. Le colonie etrusche si trovano sia al nord che al sud dell’Italia e furono molto importanti per i contatti extra-territoriali, in particolare con Celti e Magna Grecia. L’argomento di questo mese è molto importante negli studi storici, poiché la mobilità etrusca toccò zone strategiche della penisola e le varie colonie furono spesso all’interno di incontri e scontri per la supremazia. Perciò alla questione è dedicato l’intero paragrafo “L’espansione degli Etruschi in Italia” nel celebre manuale “Etruscologia” di Massimo Pallottino, sul quale mi sono basata. Pallottino suddivide giustamente la colonizzazione verso sud e verso nord, poiché si tratta di due situazioni indipendenti. La prima vede l’occupazione della Campania, la seconda dell’Emilia- Romagna. In entrambi i casi si tratta di una vera e propria colonizzazione, a livello economico, politico e stanziale, che avvenne in tempi molto arcaici, tanto da considerarsi conclusa in epoca storica. Di questa parlano anche le fonti, che sia per il nord che per il sud narrano di dodecapoli, ovvero una sorta di lega delle dodici città più importanti, organizzazione che doveva essere prevista anche per l’Etruria propria. Inoltre testimonianze archeologiche ed epigrafiche contribuiscono ad avvalorare la tesi della colonizzazione vera e propria. La diffusione etrusca ebbe una direzione ben precisa, soprattutto in un primo momento, il litorale tirrenico. Rappresentava la via del mare, quindi dei commerci nel Mediterraneo. È inoltre probabile che la penetrazione all’interno fosse risultata difficoltosa, poiché gli Appennini erano abitati da popoli come Umbri e Sabini che rappresentavano un ostacolo difficile da superare. Nonostante la contiguità geografica ci fu un’altra zona che rimase esclusa dal dominio etrusco, il Latium Vetus, cioè la regione dei Latini, che aveva come centro più importante Roma e si estendeva sulla riva sinistra del Tevere. In realtà Latini ed Etruschi, in particolare quelli di Veio, hanno molti elementi comuni, ma si può parlare solo di influenze e contatti. La cultura laziale era infatti ben sviluppata già nella protostoria e probabilmente proprio questo scoraggiò gli Etruschi ad attraversare il Tevere. Non si esclude però almeno un periodo di supremazia sul Lazio, visti gli ultimi tre re di Roma: Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, che per altro diedero alla città la forma urbana definitiva, detta appunto “la Grande Roma dei Tarquini”, con la costruzione di grandi opere come la Cloaca Maxima, il Circo Massimo e il Tempio di Giove Capitolino. Durante questi regni venne a costituirsi persino il Vicus Tuscus, un vero e proprio quartiere etrusco a carattere eminentemente aristocratico, che si estendeva tra il Foro Romano ed il guado sul Tevere.Nonostante ciò e altri episodi come le tombe di Palestrina o il cosiddetto Tumulo di Enea a Lavinio, tra VII-VI a.C. la società era marcatamente latina, come dimostrano anche epigrafi pubbliche, come ad esempio il Lapis Niger ,