35 Maurizio Harari I cavalli alati di Dioniso. Un kyathos attico a figure nere nella collezione Poldi Pezzoli Nella collezione Poldi Pezzoli si conserva un kyathos attico a fgure nere del tardo VI seco- lo a.C. (inv. n. 481; catalogo della mostra Mito e natura, n. 40), che il maggior specialista di pittura vascolare antica del secolo appena trascorso, sir John Davidson Beazley, classifcò prossimo a una fabbrica detta Gruppo del Vaticano G.57 (fgg. 1-3). Il termine greco kyathos, presente nella letteratura lessicografca, è in particolare utilizzato da Senofonte nella Ciropedia (I, 3, 9) con riferimento agli usi di corte della Persia achemenide, dove una forma vascolare così designata sarebbe stata di regola riservata agli assaggi preven- tivi degli oinochooi (i coppieri), essendo d’uso esclusivo del sovrano il vaso denominato phiale. Questa testimonianza è molto interessante, perché – se nella phiale dovremo riconoscere la derivazione persiana della patera baccellata, solitamente in metallo prezioso, già ben attestata nell’iconografa regale tardoassira – il kyathos dei coppieri-assaggiatori, oltre a connotarsi come forma vascolare gerarchicamente subordinata, poteva forse evocare un’abitudine forestiera e propria pertanto di fgure servili. La convenzione degli studiosi moderni – in questo caso con- forme, con buona probabilità, all’uso efettivo degli antichi – attribuisce il termine a ciò che noi chiameremmo mestolo o attingitoio: vale a dire a una coppa alquanto profonda, ma di modesta capacità, caratterizzata da una sola, lunga ansa e da un basso piede di appoggio. Gli specialisti di ceramica greca ritengono che tale forma sia stata soprattutto promossa dalla ce- lebre manifattura di Nicòstene – un vasaio ateniese genialmente innovatore, che fu attivo nella seconda metà del VI secolo – quale produzione espressamente destinata al mercato etrusco. Di fatto, è verifcabile come la grande maggioranza dei kyathoi attici fabbricati nel tardo VI e nei primi decenni del V secolo provengano dall’Etruria, dove pensiamo rispondessero a un’antichissima tradizione locale: quella del consumo del vino secondo l’etichetta pre-elleni- ca (anteriore al costume della mescita nel cratere) che richiedeva in special modo due forme: l’anforetta e, appunto, la tazza monoansata, non a caso entrambi attestati nella produzione nicostenica. Se si esamina nel dettaglio il Gruppo del Vaticano G.57 – signifcativamente rap- presentato da kyathoi (e in misura assai minore da coppe mastoidi, a proflo di mammella) –, si constata che le provenienze note sono, senza eccezione, etrusche, e schiacciante la preva- lenza di Vulci, con Orvieto in seconda posizione, ma a debita distanza. È dunque altamente probabile che anche il kyathos Poldi Pezzoli sia pervenuto al mercato antiquario ottocentesco dal corredo funerario d’una delle tombe etrusche freneticamente saccheggiate nella prima metà del secolo, e le necropoli di Vulci appaiono quelle maggior- mente indiziate. La decorazione fgurata si sviluppa, come al solito, sull’esterno del vaso, con un fregio a fgu- re nere dipinte non direttamente sulla sua superfcie ingobbiata, ma su un’incamiciatura di