DAL COMPORTAMENTISMO AL COSTRUTTIVISMO (PASSANDO PER IL COGNITIVISMO): UN PERCORSO PERSONALE 55 Gabriele Chiari Credo che l’invito a partecipare a questa tavola rotonda che mi è stato rivolto da Stefania Borgo e Lucio Sibilia derivi non solo dal fatto che da diversi anni svolgo saltuariamente delle lezioni presso la Scuola di Specializzazione del loro Centro, ma anche dal fatto che abbiamo percorso insieme (o, meglio, parallelamente), da colleghi e da amici, quaranta (e passa) anni di pratica, di studio, di elaborazione e di formazione nell’ambito di una terapia psicologica che oggi sarebbe impossibile definire con un’unica qualificazione in quanto andata incontro nel corso degli anni a numerose ramificazioni, ma che all’origine rispondeva al nome di “terapia del comportamento”. Della storia di questo percorso altri vi hanno già parlato o vi parleranno. Io la racconterò nel ruolo di promotore di una delle sue “anime” (termine che compare nel titolo di questa tavola rotonda): l’anima del costruttivismo (o, per essere più precisi, di una delle “sotto-anime” del costruttivismo scaturite in Italia a partire dal big bang rappresentato dalla behaviour therapy). Inevitabilmente, ripeterò alcune cose già dette da altri, a cominciare dal luogo di nascita: l’Istituto di Psichiatria (presso “la Neuro”) della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Roma “La Sapienza” (l’unica Università di Roma a quei tempi). Dopo la laurea nel 1975 mi ero trovato di fronte al problema di quale specializzazione scegliere. Pensai di provare con la psichiatria (che si era appena separata dalla neurologia) con l’idea di portare avanti il mio interesse per l’antropologia culturale (avevo già fatto delle ricerche sul campo in Abruzzo), ma con scarsa fiducia nella possibilità di superare il concorso. Invece ci riuscii al primo tentativo, grazie al fatto che mi ero laureato con una tesi sul condizionamento operante di variabili psicofisiologiche, e che proprio in quel periodo il Direttore della Scuola di Specializzazione in Psichiatria, il Prof. Paolo Pancheri, stava iniziando una ricerca sull’efficacia delle tecniche di biofeedback nel trattamento dei disturbi d’ansia (il biofeedback ha a che fare con il condizionamento operante di processi autonomici). Frequentando quotidianamente il Reparto di Psicologia Clinica e Medicina Psicosomatica ebbi modo di conoscere e di fare amicizia con un collega psicologo, Roberto Mosticoni, il quale mi segnalò che tutte le settimane due neo-specialisti in neuropsichiatria, Vittorio Guidano e Giovanni (Gianni) Liotti, tenevano delle lezioni nell’aula magna dell’Istituto su un nuovo tipo di terapia da poco giunto dall’Inghilterra e dagli USA: la terapia del comportamento. A quei tempi ero un positivista “naturale”: diffidavo di tutto ciò che non potesse essere osservato e misurato, per cui consideravo fumose e inconsistenti le psicoterapie (praticamente tutte) che facevano riferimento a concetti come quelli di psiche, inconscio, relazione, e via discorrendo. E, a proposito di relazione, a quei tempi ero anche molto più timoroso di oggi dei rapporti interpersonali. I miei internati come studente di medicina mi avevano messo a contatto, in una sorta di crescendo 55 Intervento alla Tavola Rotonda “Le diverse anime del cognitivismo”. Celebrazione dell’anniversario di “ Quaranta anni di didattica cognitivo-comportamentale”. Centro per la Ricerca in Psicoterapia (CRP), Roma, 23 giugno 2018 Psychomed n° 1-2-3 Anno XIII – 2018 40