Alessandro Bausani (1921 - 1988) fra Orientalismo, Interlinguistica e Fede Bahá’i Università di Parma, 25 Ottobre 2018 1 Alessandro Bausani, il glottoteta L’eredità interlinguistica tra invenzione e comunicazione Federico Gobbo Università di Amsterdam / Torino 1. Bausani interlinguista Una figura grandiosa e poliedrica quale quella di Alessandro Bausani sfugge a qualsiasi classificazione. Orientalista? Interlinguista? Uomo di scienza? Uomo di fede? La risposta a tutte queste domande è affermativa, l’una non esclude l’altra. Ma un semplice ‘sì’ non basta: su qualsiasi argomento Bausani si sia applicato nella sua vita, è sempre riuscito a far fare un salto significativo all’àmbito nel quale si applicava. La sua mente lucidissima e penetrante, portava una luce nuova, inedita, inaspettata, penetrante, per analizzare i fondamenti e mostrare quello che agli altri pareva scontato, ma in realtà non lo era. In questo contributo mi limiterò a presentare uno solo di questi àmbiti, vale a dire l’interlinguistica. Prima di addentrarmi nel tema, è opportuna una premessa, di natura personale. Bausani lascia questo mondo nel 1988. In quell’anno io ero un quattordicenne che si affacciava agli studi liceali, senza particolare interesse per le lingue (o almeno così credevo). Di certo, non sapevo nulla né di interlinguistica (anche se, inconsapevolmente, già la praticavo) né dell’opera di Bausani, non certo tra le letture consigliate al biennio del liceo scientifico a Monza negli anni Ottanta. Non ho nemmeno avuto alcuna occasione di incontrarlo di persona. Tuttavia, un legame esiste: si tratta di una filiazione accademica, per così dire, seppur indiretta, di seconda generazione. Alessandro Bausani è stato infatti maestro di Fabrizio Pennacchietti, oggi professore emerito dell’Università di Torino, orientalista e interlinguista come Bausani, che negli anni Novanta mi introdusse per la prima volta allo studio scientifico dell’interlinguistica e dell’esperantologia, quando ero studente di scienze della comunicazione proprio a Torino. Già nel 1993 avevo letto un volume di Umberto Eco allora appena uscito, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea. Si tratta di un saggio inserito in una nuova collana curata da Jacques Le Goff dal titolo significativo “Fare l’Europa”. La novità stava nella collaborazione tra cinque casi editrici prestigiose di cinque Paesi europei, Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Italia: i volumi venivano pubblicati più o meno contemporaneamente in cinque lingue, ed erano tutti di alto profilo. Nel libro Eco fondamentalmente racconta una storia, che parte dall’impatto nella cultura europea della vicenda di Babele per arrivare fino ai temi dell’interlinguistica classica, vale a dire le lingue filosofiche del Seicento e le lingue ausiliarie internazionali dell’Ottocento e del Novecento. Insomma, a partire da Babele per arrivare all’esperanto. Gli anni Novanta sono stato un momento storico che aveva visto la caduta del muro di Berlino, il movimento di massa Solidarność in Polonia e il crollo dell’Unione Sovietica. Per un giovane europeo quale ero io allora, le speranze in un futuro luminoso e radioso per una rinnovata Europa unita, non più schiacciata dai fronti contrapposti della Guerra Fredda, erano grandi. Per me, era allora evidente che per costruire un demos del vecchio continente ci volesse una lingua comune europea. Eco menziona l’esperanto come candidato e così io, preso dall’entusiasmo giovanile, seguii negli Stati Uniti un pionieristico corso di esperanto on line, in inglese. Nel 1996, quando arrivai al primo giorno di lezione del corso di interlinguistica ed esperantologia del professor Pennacchietti, non ero dunque uno studente del