Antonella Ceccagno e Alessandra Salvati Da cinesi in Italia a cinesi d'Italia https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5199 RUBRICA • Il caso italiano 28 aprile 2020 Quando, a fine gennaio, le preoccupazioni per il diffondersi del Coronavirus hanno iniziato a infettare il mondo, in Italia i cinesi sono stati i primi a reagire: è stato calcolato che circa l’80% dei negozi cinesi abbia chiuso nella seconda metà di febbraio, ben prima del lockdown imposto dal governo il 9 marzo. Quella chiusura anticipata può essere letta come il risultato di una sorta di early warning: gli immigrati cinesi e i loro figli sono a stretto contatto con la Cina, e sono stati quindi in grado di prendere misure per ridurre i rischi ben prima che queste fossero imposte dal governo italiano. Di per sé questo non è un comportamento tipicamente cinese: è un comportamento che si è ripetuto lungo le linee geografiche di diffusione del virus, come testimoniano diversi contributi di italiani che vivono all’estero pubblicati su queste pagine. Non esistono dati sull’impatto del Coronavirus sui cinesi che vivono in Italia, nessuno tra i quotidiani consultati fa riferimento a cinesi colpiti. Tutti si aspettavano che Prato, più ancora di Milano, sarebbe diventata il focolaio d’Italia del virus dal momento che ha la più alta concentrazione di cinesi in Europa. Prato però si è rivelata essere tra le province meno contagiate e il sindaco ha detto a chiare lettere che questo era merito anche dei cinesi, che hanno dato il buon esempio. Prato – l’unica città in Europa ad aver criminalizzato per anni i migranti cinesi – in questi giorni di Coronavirus si mostra grata verso i propri cinesi, e questa gratitudine emerge perfino su quella stampa locale, che nei due decenni scorsi ha sistematicamente descritto gli imprenditori cinesi come quelli che stavano rapacemente impossessandosi del distretto a scapito dei nativi. Alla diaspora cinese in Italia come “comunità modello” è stato dato risalto anche sulla stampa cinese, che ha reso conto delle donazioni di tute protettive, mascherine e denaro all’Ospedale di Niguarda a Milano e a Prato, Rimini, Reggio Emilia… Ecco allora che proprio dalla pandemia e dalla paura del contagio sembra emergere per i cinesi della diaspora la prospettiva di essere visti sotto una nuova luce: non più solo come cinesi in Italia ma come cinesi d’Italia. Per quanto possa apparire un passaggio estremamente positivo, vale la pena di chiedersi in che termini questo mutamento accada. I cinesi che vivono in Italia erano già cinesi d’Italia nel loro essere punto di snodo cruciale di sfruttamento, autosfruttamento e riorganizzazione produttiva che ha sostenuto e sostiene la moda italiana. Erano già cinesi d’Italia perché hanno figli che sono nati qui o che qui vivono da quando erano piccoli, e frequentano le scuole italiane. Nel riconoscerli come cinesi d’Italia solo oggi, gli italiani sono essenzialmente riconoscenti per i loro aiuti concreti, che parlano di una solidarietà capillare in grado di arrivare perfino a livello di condominio, come nel caso delle mascherine lasciate in tutte le cassette della posta in un palazzo di Prato. Tuttavia, gli aiuti dei cinesi d’Italia, così come le misure di prevenzione che hanno messo in atto in modo saggio e prudente, sono prevalentemente espressione di un approccio all’emergenza Coronavirus che è coordinato dall’alto e promuove, i n stretto coordinamento con la Cina, un’azione ben strutturata lungo linee gerarchiche precise. Queste includono attive forme di controllo e sostegno alla diaspora cinese, soprattutto attraverso il China Overseas Chinese Network, promosse dall’ambasciata cinese di Roma e messe in atto dalle maggiori associazioni cinesi sui vari territori. Sono espressione di questa azione orchestrata in coordinamento con la Cina anche i cosiddetti “gruppi di leadership per l’emergenza contagio”