Emozioni e comunicazione affettiva Ariele Niccoli Roberta Lanfredini 1. Introduzione 2. Le articolazioni dell’esperienza affettiva Passando in rassegna alcuni termini con cui il linguaggio ordinario descrive la vita affettiva si rimane colpiti dalla loro varietà, la quale d’altra parte non impedisce di cogliere il loro riferimento ad un ambito comune, quello appunto dell’affettività (Scherer, 1988). Una persona, ad esempio, può essere qualificata come ansiosa, allegra, fiduciosa, impaurita, cupa, imbarazzata, coraggiosa, fiera e così via. Il linguaggio ordinario è tutt’altro che sistematico nel categorizzare i fenomeni affettivi, ma al contempo ne restituisce la grande varietà di sfumature. Il vocabolario dell’affettività, intuitivamente, rimanda innanzitutto a modi specifici di sentirsi, descrive un’esperienza in prima persona che presenta una determinata qualità ed al contempo include concetti cruciali per l’interpretazione della vita mentale, delle motivazioni e delle azioni degli altri. Le esperienze affettive come provare un’emozione o trovarsi in un certo umore, in quanto peculiari rispetto ad atti tipici del pensiero (ad es. riflettere, astrarre, dedurre, immaginare) e della sfera della volontà (ad es. pianificare, progettare, determinare obiettivi) presentano tra loro alcune affinità, ma anche importanti differenze. Al fine di delineare una mappa del dominio affettivo, tracceremo delle linee di confine tra desideri, emozioni, sentimenti, tratti del carattere, umori e temperamenti mostrandone le differenze sul piano descrittivo e individuando il ruolo che giocano nella spiegazione psicologica ordinaria. È importante precisare fin d’ora che tali linee di confine servono allo scopo di sviluppare un’analisi concettuale e una terminologia coerente. L’esperienza affettiva stessa, infatti, mal si presta a ripartizioni nette, poiché si radica nel corpo e si svolge nel tempo, oltre a articolarsi in fenomeni differenziati ma che si compenetrano, sfumando l’uno nell’altro e procurando impressioni di tipo globale 1 . Rivolgiamoci innanzitutto ai due tratti comuni che caratterizzano il dominio affettivo nel suo complesso: la passività e la forza motivazionale 2 . La nozione di ‘affezione’ rimanda, secondo un’accezione generale condivisa da molti filosofi classici, alla dimensione patica, nel senso basilare di subire una modificazione da parte di qualcosa. L’essere affètti da qualcosa, dunque, non ha necessariamente una connotazione negativa, ma significa l’essere alterati, toccati, perturbati da qualcosa – un oggetto, un’immagine, un ricordo –che provoca in noi un cambiamento, o una reazione. La prima e più generale caratteristica delle esperienze affettive è che in esse il soggetto fa esperienza della sua passività, come testimonia il largo uso che la tradizione 1 Osservando la riflessione filosofica sulle emozioni, si può notare come i fenomeni affettivi risultino in certa misura refrattari all’analisi. Questo si mostra nella tendenza di molti pensatori a ridurre le emozioni a categorie più familiari come quelle di giudizio (Solomon, 2017) o percezione (Prinz, 2015). Le proposte più convincenti, a nostro avviso, tentano di rendere conto della peculiarità e complessità dei fenomeni affettivi senza ridurli a combinazioni di altri stati mentali (Goldie, 2000; Deonna and Teroni, 2015a). 2 Secondo l’accezione più generale – e più rigorosa – di ‘affezione’, la sfera affettiva include anche le sensazioni. In questo caso, occorre riconoscere che la passività è la principale caratteristica comune alla sfera affettiva. Non tutte le sensazioni (ad es. tattili, uditive o propriocettive) infatti, comportano un aspetto motivazionale. Secondo l’uso più affermato sia in filosofia che nelle scienze affettive, tuttavia, le esperienze affettive non includono le sensazioni ‘pure’ e comportano sempre l’assunzione di un orientamento, di una certa disposizione (ossia hanno forza motivazionale), come nel caso di emozioni, sentimenti, tratti del carattere, umori e temperamenti.