La massoneria abruzzese e la prima guerra mondiale di Elso Simone Serpentini L’eco delle pistolettate di Gavrilo Princip non si era ancora spento che già in tutta Europa si affacciava l’ipotesi, per molti una certezza, che ad armare la loro mano fosse stata la massoneria e in particolare del Grande Oriente del Belgio. Più tardi si dirà che Gavrilo Princip e Nedeliho Cabrinovic il 24 ottobre 1914 avevano dichiarato la loro appartenenza alla massoneria e che nell’ambito delle logge era stato impartito l’ordine dell’esecuzione dell’arciduca Francesco Ferdinando, in ottemperanza ad una sentenza emessa due anni prima. Dunque la massoneria aveva dato fuoco alle polveri all’Europa? Questa tesi divenne subito “classica” e se ne fecero sostenitori illustri ed accreditati personaggi, quali il misterioso professor Pharos, Friedrich Wichtl e il gesuita massonologo padre Gruber. Anche in Italia l’attentato fu subito attribuito agli oscuri disegni della massoneria, così come lo erano stati altri eventi di grande importanza: la rivoluzione francese, Porta Pia, la Comune di Parigi del 1871. Anche esponenti della massoneria accreditarono l’ipotesi. D’altro canto la massoneria di Palazzo Giustiniani non aveva mai nascosto di essere molto attenta all’esito delle guerre balcaniche, facendo sapere che il Governo dell’Ordine aveva fatto e avrebbe fatto quanto gli fosse stato possibile perché la politica internazionale del governo italiano fosse ispirata ai principii di nazionalità del nuovo assetto dei paesi balcanici. E non avrebbe mancato di aiutare moralmente la democrazia italiana a tentare di impedire ogni offesa a quei principii. I vertici della massoneria italiana erano insigniti di alti riconoscimenti, come l’incarico affidato ad Ernesto Nathan, di rappresentare l’Italia all’Esposizione internazionale di San Francisco con dignità pari a quella di un ministro di Stato, il Gran Maestro Ettore Ferrari emanò una circolare in cui diceva che se se fosse suonata l’ora delle dure prove, non sarebbe mancata la voce della Fratellanza. E tuttavia nel loro interno le officine e le logge furono a lungo travagliate dall’incertezza delle decisioni da assumere in caso di conflagrazione bellica e il tema della guerra fu tenuto sempre lontano dall’ordine del giorno dei lavori di loggia, proprio per rimandare il giorno di una precisa presa di posizione. Ma già dalle prime avvisaglie belliche Ettore Ferrari aveva autorizzato la costituzione segreta di un corpo di volontari “pronti a tutto” e disponibili anche a eventuali “colpi di mano”. Accanto a questa iniziativa segreta se ne ebbe un’altra, palese, con la formazione di una “legione italiana” neogaribaldina, comandata da Peppino Garibaldi, figlio di Ricciotti. Sia le logge di Rito Scozzese che quelle di Rito Simbolico sembravano animate da uno stesso slancio verso un evento bellico che sembrava ineludibile, ma il paese sembrava lontano da propensioni interventistiche e sembrava prevalente il neutralismo nei socialisti, nei cattolici, nei giolittiani. Il 21 settembre 1914 in un affollato discorso tenuto al Teatro Costanzi di Roma Ernesto Nathan illustrò tesi favorevoli all’intervento, fu costituito un Comitato Centrale Massonico per rendere più efficace e armonica l’azione dell’Ordine in vista dello scoppio della guerra e Palazzo Giustiani annunciò che in caso di conflitto avrebbe destinato l’intero suo primo piano ad ospedale. Quello che fu definito “il dinamismo di Palazzo Giustiani” autorizzò l’ipotesi che la massoneria si sovrapponesse ai partiti, ma in realtà non si può parlare di interventismo massonico, né si può dire che la massoneria italiana fosse interventistica. E’ più corretto dire che numerosi, e forse più numerosi, furono gli interventisti massoni o i massoni interventisti e che non mancavano i massoni neutralisti, specie quando si profilò la cenessità di una scelta di campo da parte dell’Italia. Proprio per evitare che tra le due posizioni si profilasse uno scontro, e via via che le perplessità crescevano all’interno della Fratellanza, Palazzo Giustianini pesò bene di invitare le Officine a mettere la sordina alla campagna interventistica. C’era anche chi temeva che l’eventuale dissidio interno a Palazzo Giustiniani potesse finire con il fare il gioco di Piazza del Gesù.