La teoria della modularità Agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, il filosofo e scienziato statunitense Jerry Fodor elaborò la teoria della modularità per descrivere la struttura della mente umana. Pare che la riflessione di Fodor abbia avuto origine da una intuizione di un emerito professore di linguistica dell’Università dell’Arizona, negli Stati Uniti, il cui nome è Merrill Garret. Quest’ultimo, infatti, affermò che per quanto riguarda il linguaggio basti ricordare che esso si configura sostanzialmente come un riflesso. Da qui il collegamento a come il sistema di input funzioni come riflesso involontario, incondizionato, di fronte ad uno stimolo proveniente dall’esterno. La teoria della modularità elaborata da Fodor ha occupato un ruolo centrale nella rivoluzione cognitiva sviluppatasi successivamente ed è oggi assunto teorico della maggior parte dei neuropsicologi cognitivi. Si ricorda, infatti, che prima di Fodor la teoria su cui si fondavano i numerosi studi nel campo della scienza cognitiva, era quella elaborata da Jean Piaget. Gli studi di Piaget sullo sviluppo dell’intelligenza del bambino in età evolutiva seguono per lo più una metodologia di tipo empirica-sperimentale, basata cioè sull’osservazione e sulla formulazione di ipotesi, nonché sull’impiego di alcune peculiari procedure come il “colloquio clinico”. Quest’ultimo consiste in una conversazione libera tra lo sperimentatore e il bambino; lo sperimentatore propone delle realtà e delle problematiche al bambino il quale viene lasciato libero di esprimere le proprie idee attraverso le quali si spiegherebbe ciò che gli viene proposto. Le osservazioni di Piaget, confluite poi nella teoria epigenetico-costruttivista, nella teoria dell’assimilazione/accomodamento, rimangono comunque un caposaldo per il settore dello sviluppo cognitivo. Da un’analisi della metodologia piagetiana si ricava agilmente come la principale fonte di informazioni sia il bambino stesso, visto nell’insieme delle risposte verbali e/o manuali che egli esprime nei vari esperimenti/studi. Con l’avvento della teoria di Fodor, invece, si ha un netto cambiamento relativamente all’oggetto ma anche al metodo di ricerca impiegati. Con questa nuova metodologia, infatti, sono degli elaborati sistemi di rilevazione ad individuare le differenti realtà percepite dal bambino, chiamate in termini scientifici “spazio-problema”. Ogni spazio-problema può essere, ad esempio, di tipo percettivo, linguistico, e così via: il sistema di rilevazione, detto “paradigma” è in grado di isolare i diversi input cogliendo così la capacità del bambino di adattarsi in quello spazio e spiegarsi quella specifica realtà. La metodologia prevede che venga sottoposto al bambino un determinato tipo di input: nel caso di input linguistico, esso avrà ad esempio delle specifiche caratteristiche di tipo fonetico e prosodico. Di fronte all’input, l’attenzione del bambino potrebbe affievolirsi per via dell’effetto di abituazione. È in quel momento, dunque, che il bambino viene sottoposto ad un input