A partire dal basso, dalle terre depresse e più esposte agli allagamenti, e da chi sta in basso, da chi quelle terre faticosamente lavora, Alberto Girardi intesse le sue accurate descrizioni di un mondo di relazioni, di afetti, di storie intrecciate. Un mondo intero, seppur contenuto in un unico luogo. Un mondo ormai pas- sato, così diverso da quanto possiamo esperire oggi. Di questo mondo le pagine dell’autore sono capaci di consegnarci intatta la vitalità. Siamo a Caselle, nel Basso Vicentino, proprio sul bordo della grande pianura. Tentativo di esaurire un luogo rurale Si può riuscire a raccontare tutto ciò che contiene, tutto ciò che attraversa, tutto ciò che accade in un luogo, in un singolo e pur breve spazio? Ci ha pro- vato Georges Perec, in Place Saint-Sulpice, a Parigi, tra il 18 e il 20 ottobre del 1974. Seduto di volta in volta al tavolino di tre diversi cafè o su una panchi- na, ha annotato ogni particolare di ciò che vedeva, compilando un inventario estremamente dettagliato di eventi infra-ordinari, quotidiani, quanto mai nor- mali, poi pubblicato con il titolo Tentativo di esaurire un luogo parigino (1986). In modo diverso, ci ha provato Alberto, a Caselle, nella campagna al confne tra vicentino e padovano. Non in tre giorni, ma in trent’anni di residenza in via Agora e in vent’anni di minuziose ricerche archivisti- che. Tante le manifeste diferenze fra i due tentativi, ma la spinta è simile: provare a descrivere in modo esaustivo, completo, senza trascurare nessun par- ticolare cosa è accaduto in un luogo, raccogliendo Introduzione Microtrame. Geografe dal basso Andrea Pase Dipartimento di Scienze Storiche, Geografche e dell’Antichità, Università di Padova. ogni singolo frammento delle vite, delle opere, dei giorni. In entrambi i casi, oltre il dettaglio, o forse proprio grazie all’esattezza estrema del dettaglio, si sviluppa una dimensione poetica che ci restituisce la ricchezza di ciò che può sembrare, da distante e per chi passa in fretta, banale, residuale se non perfno inutile, appunto infra-ordinario (Perec, 1994). Già solo uno sguardo all’indice di questo volume, ai ventidue capitoli in cui è organizzata la ricerca, già solo a scorrere il repertorio degli aspetti afrontati si rimane quasi storditi: nomi, strade, ponti, porti, passi, casoni, case, una villa, strade (tutte, nessuna esclusa, descritte con la massima precisione), perso- ne, famiglie, lavori, osterie, bettole, trattorie, mo- menti di incontro, luoghi di culto, episodi di scuola, sanità, sorveglianza… Si è colti dalla vertigine della lista, così come descritta da Umberto Eco (2009): lista, o elenco, o catalogo indicano tutte quelle rap- presentazioni che non si chiudono in una forma de- fnita ma che, proprio nell’enumerare minuzioso, che può sembrare compiuto, aprono in realtà all’in- defnito, ofrendoci la vertigine che si prova quan- do ci si sporge sull’orlo dell’illimitato, una vertigine fatta insieme di attrazione per l’innumerabile e della paura di perdersi in esso. Così i tentativi di esaurire un luogo, quello di Perec come questo di Alberto, fniscono con un inevitabile eccetera. Un luogo non si può esaurire, la vita non può essere contenuta in un elenco, per quanto pre- ciso, articolato, dilatato: sempre nuovi nessi, sempre altri collegamenti sono possibili, si intravvedono, portano lontano. Proprio ciò che comunque e fatal-