Dibattito: L'Italia, l'Europa e il dibattito sulla nuova politica migratoria (/en/eventi-attualita/dibattiti/litalia-leuropa-il-dibattito-sulla-nuova-politica- migratoria) Home (/en) › Events and opinions (/en/events-and-opinions) › Forum (/en/eventi-attualita/dibattiti) › L'Italia, l'Europa e il dibattito sulla nuova politica migratoria (/en/eventi-attualita/dibattiti/litalia-leuropa-il-diba La “collaborazione” con i partner internazionali e l’ottica distorta della sedentarietà Eleonora Frasca e Marianna Lunardini Eleonora Frasca, Dottoranda in diritto europeo all’Université catholique de Louvain (Belgio) Marianna Lunardini, CeSPI, Dottoranda in studi politici alla Sapienza Università di Roma 1 “Gli sforzi volti a costruire società stabili e coese, a ridurre la povertà e le disuguaglianze e promuovere lo sviluppo umano, l'occupazione e le opportunità economiche, a favorire la democrazia, la buona governance, la pace e la sicurezza e ad affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici possono contribuire a far sì che tutti i cittadini sentano che il proprio futuro è a casa propria” (p. 20, Commissione Europea, 23 settembre 2020). Anche se la Commissione europea non lo esplicita, quelli che vorrebbe sedentari sono i cittadini del Sud del mondo, in primis i cittadini dei Paesi africani. Questo estratto del Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo colpisce (https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019- 2024/promoting-our-european-way-life/new-pact-migration-and-asylum_it) , innanzitutto, per la naïveté del messaggio che intende comunicare. Come è possibile credere che si possano azzerare gli spostamenti migratori di milioni di individui? Specie se si pensa che proprio l’Unione europea ha fatto della circolazione interna una delle sue quattro libertà fondamentali, corollario della cittadinanza europea. Se il futuro dei cittadini europei è un futuro di circolazione – sia all’interno dell’Unione che al suo esterno, grazie ai potenti passaporti detenuti dai cittadini europei –, il futuro dei cittadini africani e degli altri cittadini dei Paesi del Sud del mondo è a casa propria. È un futuro di sedentarietà, di controllo del movimento (https://brill.com/view/journals/emil/20/4/article-p452_5.xml?language=en) . Certo, l’Unione europea come attore internazionale è pienamente legittimato al controllo delle sue frontiere esterne, simbolo dell’espressione della sovranità degli Stati membri e riflesso della decisione, interna e comune, dei singoli Stati di riconoscere la libertà di circolazione ai rispettivi cittadini. Tra libertà di circolazione ed esigenze di sicurezza (https://www.dirittoimmigrazionecittadinanza.it/archivio-saggi- commenti/saggi/fascicolo-n-2-2020/592-respingimento-dello-straniero-e-controlli-delle-frontiere-interne-ed-esterne-nel-diritto-dell-ue) , non sarebbe infatti pensabile uno Stato che non gestisca i suoi confini. L’Unione europea, che pur non è uno Stato, se aspira ad avere un ruolo credibile nella comunità internazionale, deve poter regolare l’ingresso e l’uscita dai suoi confini in maniera bilanciata, efficace e coordinata. Eppure quello che manca nei controlli alle frontiere è il realismo, ripetiamo: non è razionale ritenere che milioni di individui smetteranno di muoversi e di migrare. Pertanto, il controllo dell’UE non può avvenire con uno spirito così manchevole di concretezza e lungimiranza. A oggi, il controllo delle frontiere è raggiunto anche tramite accordi-non-accordi (https://www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/nel- mondo-dei-non-accordi-protetti-si-purche-altrove) tra l’Unione europea, i suoi Stati membri e i Paesi terzi, accordi che raramente rispettano le forme e le procedure del diritto, che si tratti del diritto europeo (Art. 218 TFUE) o del diritto interno (Art. 80 Cost. con gli accordi in forma (semi)semplificata (https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/niger-foia-accordi-internazionali/) ). Sono accordi che difficilmente si iscrivono nel solco della reciprocità degli interessi e nella concorde volontà di regolare i fenomeni migratori, cioè abbandonando la logica emergenziale e nel rispetto del diritto internazionale vigente. Accordi che, sempre più frequentemente, incidono in negativo sulla vita e la sicurezza dei migranti. La pletora di strumenti politici utilizzati a tal fine dall’Unione europea non innova. Ciò che sorprende, nel Nuovo Patto, è la cautela con cui l’Unione sembra capitalizzare sul lavoro già svolto. Non sono avanzate nuove proposte concrete (a eccezione delle Talent partnership (https://eumigrationlawblog.eu/legal-migration-in-the-new-pact-modesty-or-unease-in-the-berlaymont/) e di alcune iniziative per contrasto al traffico dei migranti), ma quelle già messe in atto sono rinforzate, particolarmente nell’ambito di attuazione di quella che fu l’Agenda europea sulla migrazione (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52015DC0240&from=GA) , con esperienze come il Nuovo quadro di partenariato europeo (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A52016DC0385) e il Fondo fiduciario europeo d’emergenza per l’Africa (https://sorry.ec.europa.eu/) (EUTF). Dal 2015 in poi, l’azione esterna sulle migrazioni dell’Unione in Africa si è fatta estremamente pervasiva e fagocitante. Si pensi che un totale di ventisei Paesi africani sono destinatari di progetti attivati tramite il Fondo fiduciario e larga parte dei progetti ha come fine il miglioramento della “gestione integrata delle migrazioni”. Con questa formula è ben riassunta l’ampiezza dell’attività dell’Unione in questo ambito: agendo per migliorare la sicurezza dei Paesi africani tramite il controllo delle frontiere, l’Unione e i suoi Stati membri – di fatto – influenzano e controllano il diritto delle migrazioni (inteso in senso ampio: frontiere, migrazioni, asilo) dei Paesi africani. La cooperazione fra Stati si riversa all’interno dello Stato terzo, in quanto comporta per la sua attuazione l’adozione da parte del Paese di nuove leggi e strategie nazionali (https://www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/attori-e-sfide-intorno-all-asilo-in-niger) per il controllo e la gestione delle migrazioni in linea con gli obiettivi dell’accordo con l’Unione. Al fine di raggiungere la realizzazione dell’accordo, l’Unione si impegna a fornire ai Paesi Terzi finanziamenti, equipaggiamenti e apparecchiature, anche tecnologiche, per la sorveglianza della frontiere, distaccando funzionari di collegamento incaricati dell’immigrazione sul territorio dei Paesi terzi, per formazione e consulenza, specie nella raccolta di dati sui movimenti dei migranti (https://dtm.iom.int/) , dati che facilmente potrebbero essere condivisi dai Paesi terzi con i Paesi europei. Il senso e lo scopo di questi cambiamenti, ricercati con sollecitudine negli ordinamenti giuridici dei Paesi terzi, è la sedentarietà, ovvero impedire il movimento dei migranti, dissuadendolo o aumentando gli ostacoli giuridici e pratici al movimento, ben prima che essi raggiungano le frontiere dell’Unione. Come reiterato dal Parlamento Europeo (https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-8-2016-0221_IT.pdf) , è necessario che gli strumenti ideati per il supporto allo sviluppo dei Paesi africani non siano confusi con l’esigenza dell’Unione di piegare la curva