LONGUE DURÉE DI GIOVANNI REBORA Nicola Calleri, ottobre 2012 In memoria del Professore nato carrettiere, morto scienziato, antisavoia nell’intermezzo Sul finire del 2011, grazie a fortunate circostanze e alla munificenza dei Carbone di Recco (ristoratori de “la Manuelina” da oltre cent’anni), si è giunti all’istituzione del Premio Giovanni Rebora. Chi era presente alla soirée finale della prima edizione, nel marzo 2012, ha potuto percepire nitidamente l’emozione e la gratitudine per l’indimenticabile Professù. Ma l’idea di raccogliere e sottrarre alla diaspora tutto il Rebora sparso, minuto, era germogliata spontanea il giorno stesso della cerimonia funebre, un piovoso addio nell’ottobre 2007. Malinconico e inconsolabile, perciò avidamente bisognoso di uno stratagemma per sopportare il lutto. Quella sera un accorato invito, già in forma di proposta di lavoro, a Giovanni Assereto permetteva di gettare il ponte che avrebbe generato “Tagli scelti” nell’aprile 2009, presentato in Sampierdarena davanti a commossa, attenta platea assiepata al Modena. Il libro non necessita di promozione per diventare un best seller (e comunque l’editore Slow Food non pare attrezzato in tal senso), non avendone in alcun modo le caratteristiche. Avrebbe invece, mi permetto di intercedere, le qualità del piccolo long seller: basterebbero una recensione di ampio respiro, e un tenace passaparola. Perché, fatte le proporzioni, è come il Bürgerliche Gesetzbuch delle nazioni civili (mettiamoci anche il nostro Codice del 1942): non ha scolpite risposte su misura per tutto, ma, tenuto sul comodino e sfogliato con regolarità, fornisce gli strumenti per interpretare molti aspetti, anche futuri, del vivere e convivere. Un esempio à la carte? Entrée: il costume col subdolo aiuto del dizionario ci impone un numero crescente di feste pagane, apericene, notti bianche e mezz’ore felici: non è che per caso, oltre allo sperpero, ci stiamo abbandonando all’irrazionale? “San Valentino decollato e la tradizione immaginaria” ci aiuterà a vergognarcene un pochino. Viande: negli ultimi anni un insipido giovinetto, degno epigono della più imbarazzante dinastia reale, assurge ad ambìto protagonista di reality televisivi e altre prodezze. Che idea farsene? Puntare dritti su “Caro Maggiani, ai Savoia abbiamo già dato” (scritto nel luglio 2000, presentendo il patriottico rientro dei savoiardi maschi) e fare il pieno di anticorpi. Dessert: sempre meno potrebbero permetterselo, soprattutto tra i giovanissimi, per via della strisciante istigazione alla bulimia. Trappole e abusi svelati da “La civiltà dell’obeso”, che ci sussurra anche dove organizzare i contrafforti della resistenza: mensa scolastica e desco familiare. Liqueur d’Orange: stiamo conoscendo estati con settimane torride (quest’anno, per nostra fortuna, qualcuno ha pensato bene di definirle bolle di calore e battezzarle con nomi benauguranti) e imperdibili moniti dei competenti in materia. Dopo il sorriso che ci avrà regalato “L’afa, i consigli e la saggezza degli avi”, sopporteremo meglio tanto la canicola, quanto gli esperti. Per tornare alla raccolta, il rischio più grande per i curatori non era tanto quello di rendere un cattivo servizio alla memoria, quanto di realizzare una piccola opera che potesse dispiacere a Rebora. Credo in tutta onestà che così non sia stato e, a distanza di cinque anni dall’idea originale, l’orgoglio che ne deriva – pudicamente tratteggiato