Letizia Bindi MEDI ARE LA CI TTA’ La sfida del dialogo nei nuovi spazi di incontro Per molti anni il discorso sulle migrazioni in Italia si è mantenuto lontano dalla concitazione con cui esso era trattato in altri Paesi europei e extraeuropei basandosi essenzialmente su una presupposta diversità del fenomeno migratorio nel nostro Paese, sulle sue contenute dimensioni, sulla cosiddetta specificità della via italiana al dialogo e alla convivenza multietnica. Oggi che i numeri e i fenomeni che attraversano e segnano la presenza migrante nel nostro Paese sembrano riproporre tutto il repertorio di questioni e problemi che l’integrazione culturale e le sue dinamiche sono andati ponendo nelle varie società di accoglienza è necessario ripensare complessivamente le strategie di integrazione e di dialogo anche in Italia e non affidare in alcun modo più all’improvvisazione e alla buona volontà la questione cruciale della formazione e gestione dei servizi di mediazione sociale e culturale nelle nostre aree urbane. Gli eventi degli ultimi mesi e persino l’accanimento con cui l’inevitabile mediatizzazione dei fenomeni migratori è stata gestita recentemente ci mostrano come sia necessario riprendere a ragionare con attenzione e con nuovi e più affilati strumenti di analisi sui percorsi di integrazione, sulle nuove cittadinanze, sull’inserimento delle seconde e terze generazioni, sulle persistenti forme di segregazione sociale e culturale all’interno degli spazi urbani - gli ethnic ghettos di antica memoria statunitense (Hannerz, 1994; Sobrero, 1997) -, così come sulla demographic balkanization (Frey, 1995) di cui ancora oggi alcuni studiosi parlano a proposito della proliferazione di aree intere delle città nordamericane segnate da totale separatezza culturale, etnica e religiosa e da forte conflittualità latente, e non solo, nei rapporti tra queste diverse aree urbane. Molte esperienze europee e nordamericane recenti sembrano, infatti, confermare la separazione etnica all’interno del tessuto urbano come unica forma di convivenza possibile tra gruppi culturali e etnici distinti smentendo in larga parte le aspettative e i disegni di pacifica convivenza multietnica ( melting pot, multiculturalism, cross-cultural strategies, ecc.) individuati nel corso dei decenni nelle società precocemente interessate da processi di ibridazione culturale, etnico-linguistica e religiosa. L’Italia dopo essersi a lungo rifugiata in una consolatoria immagine della propria migrazione come caratterizzata da piccoli numeri e da sostanziale aproblematicità – come si è detto - si ritrova oggi dinanzi agli sbarchi clandestini sulle coste della Puglia e della Sicilia, alla necessità di dare prima assistenza, ma anche di avviare a regolarizzazione oppure al rientro coatto i molti disperati che affollano i barconi della speranza, di gestire la delicata e complessa partita dei rifugiati e richiedenti asilo, mentre contemporaneamente nel triangolo industriale e nelle grandi aree urbane sparse un po’ in tutto il Paese vanno aumentando i numeri di immigrati regolari, di ricongiungimenti familiari e quindi di nuclei familiari con figli precocemente giunti nel nostro