Mutamen rilevan nel sistema di gesone del patrimonio culturale italiano. Un’opinione Stefano De Caro (novembre 2021) La tutela del patrimonio culturale italiano è stato per vari decenni nell’ulmo secolo un sistema abbastanza stabile, fondato essenzialmente sulle Soprintendenze, gli uffici statali territoriali dedica rispevamente alla tutela e conservazione dei beni archeologici, di quelli architeonici e paesaggisci, e di quelli storico-arsci. Esse furono istuite per la prima volta nel 1907 quali organi periferici del Ministero (allora della Pubblica Istruzione) che facevano capo al centro a delle Direzioni Generali tecniche per le stesse materie (in origine ve ne era solo una, per le Anchità e Belle Ar), da un certo momento in poi coordinate da una figura di raccordo, oggi un Segretario Generale, con quella polica del Ministro. L’altro caposaldo del sistema è stata la legislazione, aestatasi nel 1939 su due importan leggi, la n. 1089 per la tutela del patrimonio archeologico, architeonico, arsco e storico e la n. 1497 per quella del paesaggio. Accanto alle Soprintendenze afferivano inoltre al Ministero le Biblioteche statali per il patrimonio librario, gli Archivi di Stato per quello archivisco, nonché alcuni Istu centrali tecnici, con funzioni di indirizzo e formazione nel campo del restauro e della catalogazione. Per il restauro del patrimonio arsco fu poi creato, ancora nel 1939, l’Istuto Centrale del Restauro, denominato oggi Istuto Superiore per la Conservazione e il Restauro, mentre per quello librario (e in genere cartaceo) fu creato l’ Istuto centrale che nella sua auale denominazione è dedicato a combaere le “patologie degli archivi e del libro”. Per il campo della catalogazione vi sono, per il patrimonio arsco, l’Istuto Centrale del Catalogo e della Documentazione, mentre per quello librario l'Istuto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche sostuì, nel 1975, l’originario (1951) Centro nazionale per il catalogo unico. Limitandomi qui a traare solo del seore paesaggisco, monumentale, storico-arsco e archeologico, ricordo che a questo arcolato sistema è stato universalmente riconosciuto il merito di aver ricostruito il patrimonio culturale italiano uscito gravemente danneggiato dalla seconda guerra mondiale. Quanto alla gesone, dopo essere stato rafforzato in senso teorico dall’art. 9 della Costuzione repubblicana del 1946, che ha collocato il Patrimonio culturale tra i più eleva valori della nazione (ovvero preminen anche su quelli economici), esso ha avuto anche il merito di aver costruito la maggior parte dei dossiers che hanno guadagnato all’Italia il numero record di iscrizioni nella lista della Convenzione UNESCO del 1972 sul patrimonio universale. E forse anche per questo primato il sistema italiano è stato a lungo considerato un modello da imitare in mol paesi del mondo, parcolarmente in quelli che aribuiscono allo Stato la responsabilità maggiore nel governo del patrimonio culturale, e, ad esempio, assegnano ad esso la proprietà dei beni archeologici nel soosuolo. Altri paesi, con una struura sociale formata da una diversa storia nazionale, adoano invece sistemi che affidano la gesone del patrimonio culturale a modelli organizzavi con più spiccate caraerische “private”, del po delle charies anglosassoni. Naturalmente un punto delicato del modello italiano, ed in genere di tu i sistemi c.d. “statalis”, è che essi dipendono molto dal valore che la polica aribuisce a questo seore 1 . E purtroppo in Italia l’auale Ministero (già dei Beni Culturali 2 , oggi della Cultura), istuito nel 1975 per separazione, dopo un secolo di incorporazione in quello della Pubblica Istruzione, è stato da un 1 Una critica ai sistemi “statalisti” in nome di un miglior effetto di coinvolgimento delle comunità sul cui territorio insistono i siti archeologici è nel volume di Richard Hodges, The Archaeology of Mediterranean Placemaking: Butrint and the Global Heritage Industry , Bloomsbury Academic, London 2018. 2 La diversa denominazione che ha assunto nel tempo indica i mutamenti del suo profilo: dapprima “per Beni Culturali e l’Ambiente”, poi “per i Beni Culturali e Ambientali”, poi “per i Beni e Attività Culturali”, includenti queste di volta in volta lo sport, il cinema, poi “per i Beni e Attività Culturali e Turismo”, oggi “della Cultura”.